Stare in intimità con i propri sintomi

Stamattina ho letto su Facebook una poesia di Elena Bernabè sull’avere “un rapporto più intimo con i propri sintomi”. Le sue parole hanno risuonato profondamente al mio interno, sia personalmente che professionalmente.
Più avanti di spiego perché, ora lascio le luci della ribalta alla poesia in questione.

Bisognerebbe avere un rapporto più intimo
con i propri sintomi.
Portarli fuori a cena
in luoghi appartati
e donare loro l’adeguata attenzione.
Considerarli amanti segreti,
da proteggere, custodire, da amare.
Non si dovrebbero presentare subito ad estranei
perché sono nati
solo per noi
e nessuno li può avvicinare, vivere e comprendere
come il nostro cuore.
Così, all’emergere di un sintomo, nuovo o già conosciuto,
ognuno di noi si dovrebbe vestire a festa,
cancellare ogni appuntamento,
prenotare una cena romantica
e trascorrere una serata speciale,
solo in compagnia di se stesso.
Non per fare un interrogatorio a quella spia del corpo,
non per scacciarla via,
non per pregarla di andarsene,
ma per imparare a parlare il suo linguaggio.
Il sintomo ha un codice tutto suo,
è un dettato dell’anima che ha bisogno di presenza, di tempo, di fiducia nella vita
per poter agire nel mondo
tramite noi.
Siamo ponti tra i mondi,
traghettatori di simboli,
meravigliosi mediatori di storie.
Prendiamoci allora un po’ di tempo per stare con i nostri sintomi
prima di presentarli al mondo,
rimaniamo in questa relazione sacra,
diamo fiducia al nostro cuore.

Quando il sintomo è la frattura del perone

Scrivevo che sono parole che hanno risuonato profondamente al mio interno, sia personalmente che professionalmente.
A livello personale mi hanno fatto fare un salto indietro nel tempo. Di quasi cinque anni.
Il “sintomo” di allora, se così possiamo chiamarlo, era il mio perone sinistro, rotto in occasione di un incidente particolare. Non potetti portarlo fuori a cena e né vestirmi a festa, come suggerisce la Bernabè, per un paio di mesi ho vissuto in casa senza poter poggiare il piede a terra con pochissima autonomia nel movimento.
Fu l’occasione però per iniziare con lui, con il mio perone, un rapporto intimo e costante, #coniltempochecivuole, spalancando la porta ad una revisione di valori e priorità nella mia vita, trasformandola piano piano e inesorabilmente.

A livello professionale è stata una conferma. Non che ce ne fosse bisogno, ma è sempre piacevole.

E se il sintomo fosse una vampata di calore?

Nei percorsi individuali e negli incontri di gruppo in cui accompagno le donne ad attraversare e cogliere il dono della delicata e speciale fase di trasformazione che è la menopausa, invito le partecipanti a “stare in intimità” con i sintomi che sono notoriamente associati a questa fase (ci tengo a precisare che non arrivano automaticamente con la menopausa e che si possono anche non avere).

Avere un rapporto intimo con le vampate di calore, per esempio, significa portare attenzione a ciò che è accaduto immediatamente prima dell’arrivo della vampata: a quale pensiero, quale situazione, quale emozione ha preceduto l’insorgere della vampata, far caso a qual era l’azione, il compito, il ruolo che si stava svolgendo subito prima della caldana.
Dopo anche solo una settimana di osservazione le donne si accorgono che c’è un tema, un argomento, un aspetto che ricorre, nella maggior parte dei casi, e che scatena le vampate. Può essere un giudizio, proprio o altrui, su un aspetto fisico o caratteriale, o la paura di invecchiare, o l’insofferenza verso qualcuno o una situazione … Così si impara il “linguaggio del sintomo”, e portando tempo, presenza, fiducia al sintomo stesso, al corpo, al suo messaggio la donna, in questo caso, e ogni essere umano che lo fa, guarisce (1), evolve e, per risonanza, aiuta le altre a farlo, elevando la narrazione, la visione e l’esperienza della menopausa.

Le vampate di calore diventano in questo modo vampate di valore!

Grazie di cuore ad Elena Bernabè per aver espresso così poeticamente una preziosa opportunità di evoluzione.

Un piccolo passo verso la Gioia di Essere.

(1) Nell’antichità guarire significava preservare, difendere, salvare dal male, attraverso il guardare, il diventare consapevoli. Concetto molto più grande e più profondo del “far tornare in salute” cui si riferisce oggi il termine guarire.”
Erica Francesca Poli – Anatomia della Guarigione, Anima Edizioni

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