Tag: Corona virus

6. Una nuova fase

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VERSIONE ITALIANA AUDIO


18 maggio 2057

Sono tornata a trovare nonnabis e i suoi amici centenari al borgo dove vivono da più di trent’anni. Ci vado sempre con grande gioia. Oggi ancora di più.  E’ luna piena e stanotte ci sarà una grande festa. 

Non so com’era ai tempi del Corona Virus. Ora la vita sulla terra segue le fasi lunari, sia nell’agricoltura, per seminare, piantare, mietere che in ogni aspetto della vita individuale e sociale, dal taglio dei capelli ai viaggi, dalla pulizia della casa ai digiuni.

Nei giorni e nelle notti di plenilunio ci incontriamo con riti, canti e feste diversi a seconda della lunazione. La luna piena di maggio è una delle mie preferite. E’ la luna dei fiori: rose,  gelsomini, peonie, ginestre, mughetti riempiono l’aria di profumi inebrianti. Il sole è caldo e non cocente come in estate ed piacevole stare all’aperto sia di giorno che di notte. Iniziano ad esserci i frutti che amo: le fragole, le ciliegie, le nespole.

Nonnabis dice che è perché il Dio Sole e la Dea Terra si sono uniti nelle nozze sacre e che dalla loro unione ogni anno scaturisce il nutrimento, materiale e spirituale, per tutti gli esseri viventi. Tutti: gli esseri umani, gli animali, le piante, i minerali, gli spiriti della natura.

I giovani uomini e le giovani donne delle comunità sono in festa più di tutti noi. Le unioni che si celebrano questa notte sono particolarmente felici, nascono sotto gli auspici della Luna della gioia, la luna felice, la luna luminosa. Ogni membro della comunità crea con le proprie mani un dono per ognuna delle coppie di questa notte. Anche noi bambini lo facciamo, fosse soltanto un piccolo mazzetto di fiori profumati per il talamo nuziale.

“Sai Mudita?” mi dice nonnabis mentre raccogliamo i fiori per le nozze dei nostri giovani“ il 18 maggio è stata una data importante al tempo del Corona Virus”

“E’ stata la fine della quarantena, quando avete fatto quella grande festa durata 72 ore?”  le risposi.

“Si e no. E’ stata la fine di una FASE della quarantena, ma la grande festa di cui ti ho parlato è stata molto tempo dopo.”

La guardai interrogativa. Era la fine o non era la fine? Cos’erano queste fasi?

Nonnabis mi guardò con un sorriso e mi spiegò che dalla chiusura totale in casa alla ripresa di una vita veramente libera dovettero passare diverse fasi. Quella che iniziò il 18 maggio aveva avuto un grande pregio, quello di eliminare le autocertificazioni.

Le autocertificazioni? non ne avevo mai sentito parlare.  Un nome così strano e il sospiro che fece nonnabis nel pronunicarlo mi lasciarono immaginare che dovevano essere qualcosa di poco piacevole. E non mi ero sbagliata. Nonnabis mi spiegò infatti che per più di 70 giorni ogni persona che usciva di casa doveva avere con sé un foglio di carta (pare che ne fecero un’infinità di versioni) in cui doveva dichiarare tutti i suoi dati, il motivo dell’uscita,  da dove iniziava a dove finiva il tragitto e varie altre cose. 

Devo aver fatto una faccia attonita perché nonnabis è scoppiata in una sonora risata. 

“Eh si, i controlli erano severi. La libertà limitatissima a causa dell’elevata contagiosità del virus. Dal 4 maggio avevano iniziato ad allentare la stretta, avevo finalmente potuto riabbracciare tua nonna e persino ritornare al parco cittadino. Ma l’obbligo dell’autocertificazione era rimasto. Così quando finalmente il 18 maggio potemmo uscire senza giustificare i nostri movimenti fu veramente una liberazione!”

“E avete ricominciato la vita come prima?” 

“La vita non è più stata come prima, fortunatamente direi. Quasi nessuno avrebbe voluto ricominciarla tale e quale. Era stata troppo frenetica, troppo rumorosa, troppo lontana dalla natura, troppo rivolta all’avere e al fare, c’era ormai bisogno di essere. Quello stop forzato ne era stata l’occasione, aveva fatto riflettere a fondo molti di noi. Ovunque le persone avevano iniziato a riunirsi e a collaborare per creare le basi della Nuova Umanità, quella in cui sei nata, trovare nuovo linguaggio, quello che tu parli naturalmente, che onorasse i valori universali che stavamo riscoprendo.
E’ stato un lavoro lungo e impegnativo, un periodo di grande lotta fra la luce e l’ombra, all’interno di ogni essere umano e dell’Umanità nel suo complesso. Abbiamo usato gli strumenti che ti ho insegnato il giorno del tuo 7° compleanno, ti ricordi? Stare con quel che c’è per il tempo che ci vuole e Cuore e Cervello insieme. E soprattutto abbiamo iniziato a guardare oltre la punta del nostro naso e ad immaginare un futuro, un futuro diverso.

Abbiamo avuto la visione di voi, delle nuove generazioni in un pianeta pulito e onorato, dove ognuno sarebbe stato accolto e benvenuto per quel che è, dove l’amore, la compassione, l’armonia, la gratitudine, la gioia, l’arte, la bellezza sarebbero stati il pane quotidiano per il cuore e la mente di tutti. Questa visione è stata come un faro che ci ha illuminato la strada, ci ha dato fiducia e coraggio nell’andare avanti giorno per giorno. fin qui e oltre perché non c’è mai fine alla bellezza e all’armonia.

Oh Mudita – concluse nonnabis abbracciandomi – sono così felice e grata di aver potuto vedere e vivere tutto questo realizzato.”

In quel momento udimmo una musica lontana. Nonnabis la riconobbe subito. Era, mi disse, un brano di Ezio Bosso, un musicista veramente speciale che era deceduto proprio qualche giorno prima del 18 maggio 2020. Come in un classico finale di film, la musica ci accompagnò nel nostro ritorno a casa con i cesti pieni di fiori per le celebrazioni che sarebbero iniziate di lì a un paio d’ore. 

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NOTA. Questo racconto fa parte di una raccolta intitolata IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI. Ogni racconto può essere goduto separatamente o anche uno dietro l’altro in quest’ordine:
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Fine della quarantena
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Affacciamoci compagnia
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Stare con quel che con quel che c’è per il tempo che ci vuole
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Cuore e Cervello insieme
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Una nuova fase

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Messaggio di White Eagle

Messaggio di White Eagle, indigeno Hopi (16/03/2020) 

“Questo momento che l’umanità sta attraversando ora può essere visto come un portale e come un buco. La decisione di cadere nel buco o passare attraverso il portale dipende da te. 


Se ti angusti per il problema e consumi notizie 24 ore al giorno, con poca energia, sempre nervoso, con pessimismo, cadrai nel buco. Ma se cogli l’occasione per guardarti, ripensare la vita e la morte, prenderti cura di te e degli altri, attraverserai il portale. Prenditi cura della tua casa, prenditi cura del tuo corpo.

Connettiti con il corpo centrale della tua Casa spirituale. Connettiti all’egregora della tua casa spirituale. Corpo, casa, corpo centrale, casa spirituale, tutto ciò è sinonimo, significa la stessa cosa. Quando ti prendi cura di uno, ti prendi cura di tutto il resto. 

Non perdere la dimensione spirituale di questa crisi, diventa come l’aquila che dall’alto vede tutto, vede più ampiamente.

C’è una domanda sociale in questa crisi, ma c’è anche una richiesta spirituale. Le due cose vanno mano nella mano. Senza la dimensione sociale, cadiamo nel fanatismo. Ma senza la dimensione spirituale, cadiamo nel pessimismo e nella mancanza di significato.

Sei stato preparato a superare questa crisi. Prendi la tua cassetta degli attrezzi e usa tutti gli strumenti a tua disposizione. 


Impara la resistenza dalle popolazioni indigene e africane: siamo sempre stati e continuiamo a essere sterminati. Ma non abbiamo ancora smesso di cantare, ballare, accendere un fuoco e divertirci. 

Non sentirti in colpa per essere felice in questo momento difficile. Non aiuti affatto essendo triste e senza energia.

Aiuta che buone cose emanino dall’Universo adesso. È attraverso la gioia che si resiste. Inoltre, quando passerà la tempesta, sarai molto importante nella ricostruzione di questo nuovo mondo.

Devi stare bene ed essere forte. E per questo non c’è altro modo che mantenere una vibrazione bella, felice e luminosa. 

Questo non ha nulla a che fare con l’alienazione, é una strategia di resistenza. Nello sciamanesimo esiste un rito di passaggio chiamato ricerca della visione. Trascorri qualche giorno da solo nella foresta, senza acqua, senza cibo, senza protezione. Quando attraversi questo portale, ottieni una nuova visione del mondo, perché hai affrontato le tue paure, le tue difficoltà. Questo è ciò che ti viene chiesto. 


Approfitta di questo tempo per esercitare la tua visione e cercare i tuoi rituali. Quale mondo vuoi costruire per te stesso? 
Per ora, questo è ciò che puoi fare: serenità nella tempesta.

Calmati e prega.
Ogni giorno.
Stabilisci una routine per incontrare il sacro ogni giorno.

Le cose buone emanano, ciò che emani ora è la cosa più importante.

E canta, danza, resisti attraverso l’arte, la gioia, la fede e l’amore

Un piccolo passo verso la Gioia di Essere

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Photo by Stéfano Girardelli on Unsplash

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O vírus corona contado por nossos bisnetos

Tradução de Solveig Faninger que agradeço de coração

12 de março de 2057

Hoje fui visitar minha bisavó. Houve uma grande festa porque a sua querida amiga completava 100 anos. Ela e a bisavó vivem no campo em um lugar bonito e mágico, eu diria, junto com outras pessoas centenárias como elas e algumas famílias que vieram gradualmente nos últimos trinta anos.

Como sempre, nessas ocasiões festivas, os contos de tempos passados começam. Minha bisavó diz que, há muito tempo, muito muito tempo atrás, quando minha mãe ainda não havia nascido, houve um período em que um vírus muito forte se alastrava. Foi chamado Corona Virus. Na verdade, não havia causado muitas mortes (guerras e outras doenças mataram mais na época), mas era tão contagioso e não era fácil erradicar que governos de todo o mundo tiveram que tomar medidas sérias para evitar a propagação da epidemia.

A bisavó  diz que eles tiveram que ficar em casa por muitos dias, que quase todas as lojas estavam fechadas, mas que felizmente as necessidades básicas, alimentos e “medicamentos” estavam garantidos. Ah, sim, naquela época havia remédios, uma espécie de pequenos comprimidos, quase sempre brancos e amargos, que as pessoas tomavam continuamente para qualquer pequena doença. Parece que as pessoas sempre viviam com pressa, com muitas coisas para fazer, e que esse modo de vida havia lentamente limitado sua capacidade de respirar e ser feliz. Isso era especialmente verdade para aqueles que moravam em alguns lugares, chamados cidades ou metrópoles, cheias de carros, fábricas e edifícios, onde quase não havia árvores e o ar era sujo e irrespirável. E assim os humanos frequentemente ficavam doentes e tomavam remédios para se sentirem melhor rapidamente. Eles haviam esquecido que o silêncio, a arte, o jejum, as ervas e, acima de tudo, o descanso eram a melhor cura. Eu não entendi o porquê, mas parece que eles não podiam parar e que tomavam esses comprimidos para continuar trabalhando sempre e em qualquer caso.

Quando o Coronavírus chegou, no entanto, eles tiveram que parar. TODOS. De repente. Quase da noite para o dia. Eles tiveram que ficar em casa, sem poder abraçar, beijar ou fazer amor. Aqueles raros momentos em que apareciam questões inadiáveis, como compras,  só uma pessoa por família, tinham que manter uma distância segura e se cumprimentar de longe.

Parece que havia uma forma antiga de comunicação na época que eles chamavam de “rede social”. Um local virtual onde podiam, fotos, talentos e projetos podiam ser compartilhados e trocados.  A bisavó diz que esses “sociais” foram de grande ajuda. Cada um colocou neles as suas habilidades e talentos à disposição dos outros. Havia quem oferecesse aulas de yoga, quem se reunia em uma aula virtual para dançar juntos, quem lia histórias para as crianças que estavam em casa (até as escolas estavam fechadas), quem ensinava a fazer pão caseiro, naquele tempo se costumava comprar tudo pronto, porque não havia tempo para esse tipo de coisa (ainda tenho que entender o que eles tinham que fazer de tão importante que não cozinhavam a comida que comiam). Através desses artistas “sociais” começaram a fazer shows gratuitos em casa, alguém também deu aulas de violão ou outros instrumentos. Tornara-se um concurso de solidariedade. A bisavó fica de olhos molhados quando ela fala da irmandade, igualdade e beleza dessas trocas.

Mas o que move ainda mais seus amigos centenários, é que essa parada repentina obrigou todos a olhar para dentro, a retornar em harmonia com sua essência, com a Mãe Terra, com os ciclos da vida, com o Universo, com uma visão mais ampla e mais espiritual da existência. A harmonia, a simplicidade, a lentidão que eles e muitos outros como eles desejavam, invocavam e tentavam viver por algum tempo, estavam finalmente se tornando realidade.

Os seres humanos retornaram lentamente a ouvir as batidas do coração, respirar desde o coração, diminuir o volume da mente pequena assim podendo abraçar o coração e, juntos, coração e mente, despertaram o potencial infinito do ser humano. Como uma varinha mágica pessoal e universal, o coração e a mente de todos e todos juntos iniciaram uma profunda transformação da vida no Planeta Terra. Cada um compreendeu e experimentou que ele era uma parte única e preciosa do Todo, redescobriu o sentido do sagrado da Vida, reconheceu a Beleza e a Abundância da Natureza e de todo Ser vivo. Gratidão, cuidado, amor, harmonia, alegria, compaixão, bondade, paciência enchiam todo pensamento, toda ação, todo novo projeto, toda partícula de ar, água, terra e fogo.

Foi então que começaram as primeiras tentativas do que se chamava telepatia. Sim. Pode parecer estranho para você, mas em 2020 quase ninguém sabia sobre telepatia. Os seres humanos falavam ou escreviam nas famosas redes sociais. Eles nem sempre diziam o que tinham em seus corações. Eles conversavam entre si humanos, mas não conseguiam se comunicar com animais (exceto talvez seus animais de estimação) e, principalmente, com plantas. Eles acreditavam ser superiores, os donos do mundo, mas nem sabiam como entrar em contato um com o outro, quanto mais com os outros seres vivos do planeta. Eu não sei como eles fizeram isso!

A bisavó e seus amigos dizem que foi difícil. A mudança foi repentina e radical. Eles dizem que todos, cada um por si e todos juntos, se sacrificaram, isto é, fizeram sagrados todos os gestos, descobriram e actuaram até a menor partícula de seus recursos internos, encontraram fé e confiança em si mesmos, em sua Luz, no Universo. Um sentido mais íntimo e profundo da União se espalhou por toda a Terra. E desde então a Vida continua em seu novo fluxo autêntico, sagrado e eterno.

Como eu gosto dessa história. No final da história, dei um abraço bem apertado na bisavó, en sua amiga e nos outros centenários da aldeia. Os agradeci do fundo do coração por sua coragem e força, por serem capazes de transportar a humanidade para fora do vau mais profundo e sombrio de sua história.

No final a bisavó começou a dançar. Ela dizia que houve uma grande dançarina em seus dias (acho que o nome dela era Pina Bausch) que disse: “Vamos dançar, vamos dançar caso contrário, estamos perdidos” e que isso se aplica a todos os tempos, os difíceis e os mais leves.

Nós ainda estamos dançando. Desejas te juntar a nós?

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THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – end of quarantine

A deep thanks to Sue Moore for the translation

13 March 2057

We danced all night long. Even Great Grandma and her centenarian friends. It was a sight to see them. I believe that going through coronavirus and overcoming it made them practically invincible. They have an energy and zest for life which is truly infectious.

I asked Great Grandma how she still manages to dance, sing and laugh with so much energy. She replied that there was a moment, while she was dancing, that her body remembered the day quarantine ended and she started to move more or less the way she’d felt at that time. 

She said that she felt as she had on the day when everyone could finally leave their homes and the streets filled with joyful people. Actually, people had become so unused to going out and afraid of infection that, initially, they started to approach each other slowly. But the lack of hugs, contact and of being together in flesh and blood had been so tough and prolonged that very soon any hesitation disappeared, and everyone hugged, whether they knew each other or not, and continued to hug for minutes on end. 

That was the origin of the custom, that we still have now, to hug each other at length when we meet, with family, close friends and everyone, whatever their role in society. We are all human beings, equally worthy and nourished by contact with others. We never begin a class, a gathering or a work meeting without everyone exchanging a long hug. For this too, I’m grateful to Great Grandma and her peers. It’s so lovely starting everything with a hug!

‘‘It was an explosion of collective Joy’’ – Great Grandma continued – ‘‘I had never felt such an intense emotion, so intense I had the feeling that my heart couldn’t contain it and wanted to come out of my chest. We were all so enthusiastic and full of Joy that we didn’t stop hugging and kissing each other and dancing. How we danced! All night and the next day and the following night and even the day after that and again for a night and day, 72 hours back to back! We played, sang and danced all the songs that we knew and those that we invented there for the occasion. We spent hours on end playing any type of existing or improvised percussion. Our feet moved of their own accord, our bodies were reborn, and each cell smiled and shone. Everyone’s minds were filled with that pure Joy and from that time even our gloomiest thoughts have taken on at least a drop of that experience which is passed down from one generation to the next, from woman to woman, truly at a cellular level. That is why there are so many women and girls who have the same name: Mudita’’. And at that point Great Grandma told me for the nth time the meaning of my name. I’ll tell you, as maybe you don’t know it. 

Mudita means rejoicing in the joy of others. It is a Buddhist term. For Siddharta Gautama, better known as Buddha, who lived from the 5th to 4th centuries BC, joy was not a limited resource over which to argue or to which only a few fortunate people had rights. Joy was infinite, unlimited. For Siddharta, the word mudita expressed full experience of JOY (and not envy or resentment), which you felt by coming to know of good things happening to someone else. He said, the sheer fact that you could feel mudita in the first place was proof that the happiness of others doesn’t diminish our own: on the contrary, it increases it.  

I always love it when Great Grandma tells me this story. I jumped up, threw my arms around her neck and we hugged really tightly. The Corona Virus hasn’t been around for a long time. Come on! You come and join our hug too. 

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NOTE. This is the second of five tales. You can read the first one here and the others here:

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Let’s keep each other company

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Being with what is for as long as it takes

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Heart and Brain together


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O Coronavirus contado polos nosos bisnetos

tradución de Maria Martinez a quen agradezo
AUDIO

12 de marzo de 2057

Hoxe fun visitar a miña bisavoa. Había unha gran festa porque a súa querida amiga cumpría 100 anos. Ela e a avoa bis viven no campo nun lugar fermoso, máxico diría eu, xunto con outras persoas centenarias coma elas e outras familias que foron chegando aos poucos nos últimos trinta anos.

Nestas ocasións festivas, contos de tempos pasados compártense coa familia como sempre se ten feito.

A miña bisavoa conta que hai moito tempo, hai moito, moito tempo, cando a miña nai aínda non nacera, houbo un período en que facía estragos un virus moi forte. Chamábase Corona Virus. Non causara moitas mortes. En realidade, naquela época, morrían máis persoas por mor da guerra ou doutras enfermidades, pero era tan contaxioso e difícil de erradicar, que os gobernos de todo o mundo tiveron que tomar serias medidas para impedir a propagación da epidemia.

A avoa bis conta que tiveron que quedar na casa durante moitos días; que case todas as tendas estaban pechadas mais

afortunadamente, as necesidades básicas: alimentos e “medicinas”, estaban garantidas.

Ai,si! Naqueles tempos había medicinas, unha especie de pequenas pílulas,case sempre brancas e amargas, que a xente tomaba continuamente para calquera pequena enfermidade.

Por aquel entón, disque a xente sempre vivía apurada, con moitas cousas que facer; por culpa desa forma de vivir limitara, pouco a pouco,a súa capacidade de respirar e de ser felices. Isto era así, especialmente, para aqueles que vivían en certos lugares chamados cidades ou metrópoles, cheas de coches, fábricas e edificios, onde case non había árbores e o aire estaba lixoso e era irrespirable. E así, os seres humanos enfermaban a miúdo e tomaban as medicinas para sentir de socato, a sensación de estar mellor.

Esqueceran que o silencio, a arte, o xaxún, as herbas e, sobre todo, o lecer son a mellor cura. Non entendín ben o porqué, mais non eran quen de parar e tomaban as pílulas para poder seguir traballando sempre e como fose.

Cando chegou o Corona Virus, con todo, tiveron que deterse. TODO O MUNDO. De súpeto. Case dun día para outro, tiveron que quedar na casa, sen poder abrazarse, bicarse ou facer o amor.

En escasos momentos nos que unha persoa por familia saía, por problemas inevitables, como facer compras, debían manter a distancia de seguridade e saudarse de lonxe.

Seica naquela época, había unha forma obsoleta de comunicación que chamaban “social”. Un lugar virtual onde podían compartir e intercambiar ideas, fotos, talentos e proxectos. Di a avoa bis que estes “social” resultaron de grande axuda. Cada un poñía ao dispor dos demais, as súas habelencias e talentos. Houbo quen ofreceu as súas clases de ioga, quen se reunía nunha sala virtual para bailar xuntos, quen lía contos para a rapazada que estaban na casa (as escolas tamén estaban pechadas), quen ensinaba como facer o pan de antano.

Naquela época comprábase todo feito porque ninguén tiña tempo para elaborar este tipo de cousas; aínda non acado de entender que debían facer tan importante para non cociñar eles mesmos os alimentos que comían.

A través destes “social”, os artistas comezaron a dar concertos de balde desde as súas casas; algún deu clases de guitarra e doutros instrumentos. Converteuse nun concurso de solidariedade.

Á avoa bis humedécenselle os ollos cando fala da beleza, da igualdade e da irmandade daqueles intercambios.

A avoa bis e os seus amigos centenarios recordan con especial emoción que esa parada repentina obrigou a todos a mirarse cara a dentro, a harmonizarse de novo coas súas propias esencias, coa Nai Terra, cos ciclos da vida, co Universo, cunha visión máis ampla e máis espiritual da existencia. Esa harmonía, esa sinxeleza, ese ir paseniño que as persoas, e moitas outras coma elas, tiñan desexado, invocado e tratado de vivir desde había moito tempo, por fin, estaba a se converter en realidade.

Os seres humanos volveron, aos poucos, a escoitar os latexos dos seus corazóns, a respirar desde o corazón, a baixar o  volume da súa pequena mente para conseguir deixarse abrazar polo corazón e, xuntos, corazón e mente, espertaren o infinito potencial do ser humano. A maneira de variña máxica,persoal e universal, o corazón e a mente de cada un e de todos xuntos, comezaron unha profunda transformación da vida no Planeta Terra. Cada persoa entendeu e experimentou ser unha parte única e valiosa do Todo; reencontrou o sentido do sagrado da Vida; recoñeceu a Beleza,a

abundancia da Natureza e de cada ser vivo. A gratitude, o coidado, o amor, a harmonía, a alegría, a compaixón, a amabilidade, a paciencia encheron cada pensamento, cada acción, cada novo proxecto, cada partícula do aire, da auga, da terra e do lume.

Foi entón cando comezaron os primeiros intentos do que nese momento se deu en chamar: telepatía.

Oh, si! Pareceravos estraño, pero en 2020 case ninguén sabía de telepatía. Os seres humanos falaban ou escribían nas famosas redes sociais. Non sempre dicían o que tiñan nos seus corazóns. Falaban entre eles como humanos, mais non sabían comunicar cos animais (excepto, quizais, coas súas mascotas) e menos aínda coas plantas. Pensábanse superiores, os amos do mundo, pero nin sequera sabían como conectar entre eles, e moito menos cos outros seres vivos do planeta.

Non entendo como facían!

A avoa bis e os seus compañeiros din que foi moi duro. O cambio fora súbito e radical. Din que todos, cada un pola súa conta e todos xuntos, se sacrificaron, é dicir, fixeron sagrado cada xesto, atoparon e accionaron mesmo a partícula máis pequena dos seus recursos interiores. Atoparon fe e confianza en si mesmos, na súa luz, no Universo.

Un sentido máis íntimo e profundo de Unión estendeuse pola Terra e ,dende entón, a vida continúa no seu novo, auténtico, sagrado e eterno fluír.

Canto me gusta esta historia. Ao final do conto abracei forte, forte a avoa bis, a súa amiga e as outras persoas centenarias da aldea. Agradecinlles, desde o máis profundo do meu corazón, a súa bravura, a súa forza por acadar transportar a humanidade fóra do foxo máis profundo e escuro da súa historia.

Ao final, a avoa bis, púxose a bailar.

Contoume que, nos seus tempos, había unha gran bailarina (recordo que era Pina Bausch) e dicía: “Bailemos, bailemos, senón estamos perdidos” e que isto vale para todos os tempos, os difíciles e os máis lixeiros.

Nós aínda estamos a bailar. Queres unirte a nós?

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NOTA. Podes ler o resto do conto de fadas, polo momento en italiano, aquí:
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Fine della quarantena
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Affacciamoci compagnia
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Stare con quel che con quel che c’è per il tempo che ci vuole
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Cuore e Cervello insieme
 
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Le corona virus raconté par nos arrière- petits enfants

Traduit par Sandrine Martin que je remercie infiniment
VERSION AUDIO FRANÇAISE par Dario Luschi VERSION AUDIO FRANÇAISE par Samantha di Guardo Merci beaucoup aux deux

12 Mars 2057

  Aujourd’hui je suis allée rendre visite à mon arrière grand-mère Mamybis, comme je l appelle souvent. Il y avait une grande fête en l honneur de sa chère amie qui fête ses 100 ans. Cette dernière et Mamybis habitent à la campagne dans un lieu magnifique, je dirai même magique, avec d autres centenaires et quelques familles arrivées là, ces trente dernières années.

Comme toujours pendant ce genre de fête, les récits d’autrefois  commencent. Mamybis raconte qu’ il y a longtemps, mais très, très longtemps, alors que ma maman n’était pas encore née, il y eut une période où sévit un virus très fort. Il s’appelait Corona Virus. En réalité il n avait pas provoqué tant de mort que ça (on mourrait plutôt d autres maladies et de guerres à l’époque), mais il était tellement contagieux et difficile à enrayer que les gouvernements du monde entier décidèrent de prendre des mesures sévères pour arrêter la propagation de cette épidémie.

Mamybis raconte qu’ils durent rester à la maison tellement de jours, que pratiquement tous les magasins étaient fermés, mais qu’ ̀heureusement était garanti les produits de première nécessité ;la nourriture et les médicaments. Et oui,  en ce temps là il y avait les médicaments,  une sorte de petits comprimés presque toujours blancs et amers, que les gens prenaient en continu pour n’importe quelle petite maladie.

Il paraît qu’à l’époque les personnes vivaient dans une frénésie totale, avec tellement de choses à faire, et que ce mode de vie, avait petit à petit limité leur capacité à respirer et à être heureux. Ceci était particulièrement vrai pour ceux qui vivaient dans des lieux appelés villes ou métropoles, qui étaient pleines de voitures, d’usines et d’immeubles,  où il n’y avait presque ou pas d’arbres  et l’air était vicié et irrespirable. Et comme ça, les êtres humains tombaient souvent malades et prenaient alors des médicaments pour avoir rapidement la sensation d’aller mieux. Ils avaient oublié que le silence, l’art, le jeûne, les herbes et par-dessus tout le repos, étaient les meilleurs remèdes.

Je n’ai pas bien compris pourquoi,  mais il paraît qu’ ils ne pouvaient pas s’arrêter et qu’ ils prenaient ces comprimés pour pouvoir continuer à travailler toujours et à tout prix. Au contraire lorsqu’ arriva le Corona Virus,  ils furent obligés de s’arrêter. TOUS. D’un coup. Quasiment du jour au lendemain. Ils durent rester à la maison, sans pouvoir se prendre dans les bras, s’embrasser,  ou faire l’amour. Pour les rares fois où ils sortaient pour des motifs indispensables  tels que faire les courses (une seule personne par famille ), ils devaient maintenir une distance de sécurité et se saluer de loin.

Il paraît qu’à l’époque il y avait une forme archaïque de communication qui s’appelait « réseaux sociaux «. Un lieu virtuel où l’on pouvait mettre en commun ou échanger, idées, photos, talents, projets. Mamybis dit que ces réseaux furent  d’une grande aide. Chacun mettait à  disposition d’autrui,  ses propres capacités et ses talents. Il y avait ceux qui offraient des cours de yoga, ceux qui se réunissaient dans une salle virtuelle pour danser ensemble, qui lisaient des histoires pour les enfants qui restaient à la maison ( les écoles étant aussi fermées ), ceux qui enseignaient à faire le pain ;à cette époque on n’achetait uniquement que  des plats préparés car il n’y avait pas de temps pour ce genre de chose( je dois encore comprendre ce qu’ il y avait de si important à faire pour ne pas cuisiner sa propre nourriture ).

A travers ces réseaux sociaux, les artistes commencèrent à faire des concerts chez eux, certains donnèrent aussi des cours de guitare ou d’autres instruments.  C’était devenu une course à la solidarité. Lorsque Mamybis raconte la fraternité, l’égalité et la beauté de ces échanges, une larme coule sur son visage.

Mais la chose qui émeut le plus Mamybis et ses amis centenaires,  c’est que ce STOP  obligea soudain  tout le monde,  à se regarder de l’intérieur, à revenir à l’harmonie de sa propre essence avec Terre Mère, avec les cycles de la vie,  avec l’univers,  avec une vision plus ample et plus spirituelle de l’existence. Cette harmonie, cette simplicité,  cette lenteur que nombre d’entre eux avaient désiré,  invoqué et cherché à vivre depuis longtemps. C’était enfin une réalité.

Les êtres humains retournèrent petit à petit à l écoute des battements de leur cœur , à respirer par leur cœur , à baisser le volume du mental qui pu ainsi se laisser enlacer par le cœur, et ensemble, cœur et mental,  réveillèrent les potentiels infinis de l’être humain. Comme une baguette magique personnelle et universelle leur cœur et leur mental  commencèrent une profonde transformation de la vie sur la planète Terre. Chacun comprit et expérimenta de faire partie unique et précieuse d’un TOUT, retrouva le sens sacré de la Vie, reconnut la beauté et l’abondance de la nature et de chaque Être Vivant. La gratitude, les soins, l’amour,  l’harmonie, la joie, la compassion, la gentillesse, la patience remplirent chaque pensée,  chaque action, chaque nouveau projet, chaque particule d’air, d’eau, de terre et de feu.

Ce fut alors qu’ils commencèrent à faire les premières tentatives de ce que l’on appelait à l’époque ; télépathie.

Et oui. Cela peut vous sembler étrange mais en 2020, pratiquement personne ne connaissait la télépathie. Les êtres humains se parlaient de vive voix ou écrivaient sur ces fameux réseaux sociaux. Ils ne disaient pas toujours ce qu’ils avaient sur le cœur . Ils parlaient entre eux, mais ne savaient pas communiquer avec les animaux (à part peut-être avec leur propre animal domestique ), et encore moins avec les plantes. Ils se croyaient supérieurs,  les maîtres  du monde, mais ils ne savaient même pas entrer en contact entre eux et encore moins avec les autres êtres vivants de la planète. Je ne sais vraiment pas comment ils faisaient !

Mamybis et ses congénères disent que c’était difficile. Le changement fût soudain et radical. Ils disent que tous, chacun pour soi et tous ensemble, se sacrifièrent,  c’est-à-dire qu’ils rendirent sacré chaque geste, cherchèrent et mirent en mouvement même le plus petit grain de leurs ressources intérieures. Ils retrouvèrent Foi et confiance en eux même,  en leur lumière, en l’Univers. Un sens plus intime et profond d’union se diffusa sur la Terre entière. Depuis lors la Vie continue dans son nouveau flux authentique,  sacré et éternel.

Qu’est-ce que j’aime cette histoire !

A la fin du récit j’ai serré très fort dans mes bras Mamybis, son amie et les autres centenaires du village. Je les ai remercié du plus profond de mon coeur pour leur courage, pour leur force et pour avoir réussi à faire traverser  l’humanité, hors du bourbier, le plus profond et le plus sombre de son histoire.

À la fin Mamybis s’est mise à danser. Elle a dit qu’il y avait à  son époque une grande danseuse ( Il me semble qu’elle s’appelait Pina Bauch ), qui disait «  Dansons, dansons sinon nous sommes perdus. » et cela vaut pour toutes les époques, les plus difficiles et les plus légères.

Nous sommes encore en train de danser. Veux tu te joindre à nous ?

NOTE Vous pouvez lire la suit, en italien pour le moment, ici
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Fine della quarantena
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Affacciamoci compagnia
 IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Stare con quel che con quel che c’è per il tempo che ci vuole
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Cuore e Cervello insieme

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El CoronaVirus contado por nuestros bisnietos

traducción de Maria Martinez a quien agradezco
AUDIO

12 de marzo de 2057

Hoy fui a visitar a mi bisabuela. Había una gran fiesta porque su querida amiga cumplía 100 años. Ella y la abuela bis viven en el campo en un lugar hermoso, mágico diría yo, junto con otras personas centenarias como ellas y a otras familias que han ido llegado gradualmente en los últimos treinta años.

Como siempre, en estas ocasiones festivas, se cuentan cuentos de tiempos pasados. Mi bisabuela cuenta que hace mucho tiempo, hace mucho mucho tiempo, cuando mi madre aún no había nacido, hubo un período en el que hacía estragos un virus muy fuerte. Se llamaba Corona Virus. No había causado muchas muertes, en realidad (morían más de guerra y de otras enfermedades en aquella época), pero era tan contagioso y difícil de erradicar, que los gobiernos de todo el mundo tuvieron que tomar serias medidas para impedir la propagación de la epidemia.

La abuela bis dice que tuvieron que quedarse en casa durante muchos días, que casi todas las tiendas estaban cerradas pero que, afortunadamente, las necesidades básicas, alimentos y “medicinas” estaban garantizadas. Ah, sí, en aquellos tiempos había medicinas, una especie de pequeños comprimidos, casi siempre blancos y amargos, que la gente tomaban continuamente para cualquier pequeña enfermedad. Parece que, por aquel entonces, la gente siempre vivía apurada, con muchas cosas que hacer, y que esa forma de vivir había, poco a poco, limitado su capacidad de respirar y de ser felices. Esto era así, especialmente, para aquellos que vivían en ciertos lugares, llamados ciudades o metrópolis, que estaban llenos de coches, fábricas y edificios, donde casi no había árboles y el aire estaba sucio y era irrespirable. Y así, los seres humanos se enfermaban a menudo y tomaban las medicinas para tener rápidamente la sensación de estar mejor.

Habían olvidado que el silencio, el arte, el ayuno, las hierbas y, sobre todo, el descanso son la mejor cura. No entendí bien el porqué, pero parece que no podían parar y que tomaban estas pastillas para poder seguir trabajando siempre y como fuera.

Cuando llegó el Coronavirus, sin embargo, tuvieron que detenerse. TODOS. De repente. Casi de un día para otro. Tuvieron que quedarse en casa, sin poder abrazarse, besarse o hacer el amor. En los raros momentos en los que salían por problemas improrrogables como hacer compras, una persona por familia, tenían que mantener la distancia de seguridad y saludarse de lejos.

Al parecer en aquella época, había una forma arcaica de comunicación que llamaban “social”. Un lugar virtual donde se podían compartir e intercambiar ideas, fotos, talentos y proyectos. Dice la abuela bis que estos “social” fueron de gran ayuda. Cada uno ponía a disposición de los demás, sus habilidades y talentos. Hubo quien ofreció sus clases de yoga, quien se reunía en una sala virtual para bailar juntos, quien leía cuentos para los niños que estaban en casa ( las escuelas también estaban cerradas), quien enseñaba cómo hacer el pan casero, en aquella época se compraba todo hecho porque nadie tenía tiempo para hacer este tipo de cosas (todavía tengo que entender que tenían que hacer de tan importante para  no cocinar ellos mismos los alimentos que comían).

A través de estos “social”, los artistas empezaron a hacer conciertos  gratuitos desde sus casas, alguno dio clases de guitarra y de otros instrumentos. Se había convertido en un concurso de solidaridad.

A la abuela bis se le humedecen los ojos cuando habla de la hermandad, de la igualdad y la belleza de aquellos intercambios.

Pero lo que más conmueve a abuela bis y a sus amigos centenarios es que esa parada repentina obligó a todos a mirarse hacia adentro, a armonizarse de nuevo con sus propias esencias, con la Madre Tierra, con los ciclos de la vida, con el Universo, con una visión más amplia y más espiritual de la existencia. Esa armonía, esa sencillez, esa lentitud que ellos, y muchos otros como ellos, habían deseado, invocado y tratado de vivir desde hacía tiempo, finalmente se estaba convirtiendo en realidad.

Los seres humanos volvieron poco a poco a escuchar los latidos de sus corazones, a respirar desde el corazón, a bajar el volumen de la pequeña mente que pudo así dejarse abrazar por el corazón y, juntos, corazón y mente, despertaron el infinito potencial del ser humano. Como una varita mágica personal y universal, corazón y mente de cada uno y de todos juntos, comenzaron una profunda transformación de la vida en el Planeta Tierra. Cada uno entendió y experimentó, ser una parte única y valiosa del Todo, reencontró el sentido de lo sagrado de la Vida, reconoció la Belleza y la Abundancia de la Naturaleza y de cada ser vivo. La gratitud, el cuidado, el amor, la armonía, la alegría, la compasión, la amabilidad, la paciencia llenaron cada pensamiento, cada acción, cada nuevo proyecto, cada partícula del aire, del agua, de la tierra y del fuego.

Fue entonces cuando comenzaron los primeros intentos de lo que se llamó telepatía en ese momento.

Oh si Os parecerá extraño, pero en 2020 casi nadie sabía de telepatía. Los seres humanos hablaban o escribían en las famosas redes sociales. No siempre decían lo que tenían en sus corazones. Hablaban entre ellos humanos, pero no sabían comunicar con los animales (excepto, quizás, con sus mascotas) y menos aún con las plantas. Se creían superiores, los amos del mundo, pero ni siquiera sabían cómo conectarse entre ellos, y mucho menos con los otros seres vivos del planeta.

¡No entiendo cómo hacían!

Abuela bis y sus compañeros dicen que fue muy duro. El cambio había sido repentino y radical. Dicen que todos, cada uno por su cuenta y todos juntos, se sacrificaron, es decir, hicieron sagrado cada gesto, encontraron y accionaron incluso la partícula más pequeña de sus recursos interiores, encontraron fe y confianza en sí mismos, en su luz, en el Universo. Un sentido más íntimo y profundo de Unión se extendió por la Tierra. Y desde entonces la vida continúa en su nuevo auténtico, sagrado y eterno fluir.

Cuánto me gusta esta historia. Al final del cuento abracé fuerte fuerte la abuela bis, a su amiga y a los otros centenarios del pueblo. Les agradecí desde lo más profundo de mi corazón por su valentía y su fuerza, por haber conseguido transportar a la humanidad fuera del vado más profundo y oscuro de su historia.

Al final, la abuela bis, se puso a bailar. Dijo que había una gran bailarina en sus tiempos (creo que se llamaba Pina Bausch) que decía: “Bailemos, bailemos, de lo contrario estamos perdidos” y que esto vale para todos los tiempos, los difíciles y los más ligeros.

Todavía estamos bailando ¿Quieres unirte a nosotros?

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NOTA. Puedes leer el resto del cuento de hadas, por el momento en italiano, aquí
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Fine della quarantena
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Affacciamoci compagnia
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Stare con quel che con quel che c’è per il tempo che ci vuole
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Cuore e Cervello insieme
 
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The Corona Virus narrated by our great grandchildren

Translated by Sue Moore. All my gratitude to her and to Patrizia Cegna for her reading

12 March 2057.

Today I went to see my Great Grandmother. There was a big party because her dear friend was turning 100. She and Great Grandma live in the countryside in a very beautiful place, magical I’d say, with some other centenarians like them and some families who arrived little by little over the course of thirty years.

As always, in these parties, there are stories of times gone by. My Great Grandma describes how a long time ago, a very long time ago when my Mother hadn’t even been born, there was a period in which a virus raged, an incredibly strong virus. It was called Corona Virus. It hadn’t caused that many deaths in reality (more people died from wars and other diseases at that time) but it was so contagious and not easy to eradicate that all the governments in the world had to take serious measures to prevent the spread of the epidemic.

Great Grandma describes how they had to stay at home for many days, almost all the shops were closed but, fortunately, they were guaranteed basic services, food and ‘medicines’.  Yes, at that time, there were medicines, a kind of small pill, almost always white and bitter, that people took continuously for any little bug. It seems that at the time, people were always rushing, with so many things to do, and that, little by little, this way of living had limited their ability to breathe and be happy. This was true particularly for people living in certain places, called cities or metropolises, which were full of cars, factories and buildings, where there were almost no trees and the air was dirty and unbreathable. So human beings often fell ill and took medicines to quickly have the feeling of being better. They had forgotten that silence, art, fasting, herbs and above all rest, are the best cure. I don’t quite understand why, but it seems that they couldn’t stop and they took these tablets to be able to continue to work all the time, and no matter how.

However, when Coronavirus arrived, they had to stop. ALL OF THEM. Immediately. Almost from one day to the next. They had to stay at home, without being able to hug, kiss or make love to each other. Those rare times that they went out for undelayable matters such as grocery shopping, one person per family, they had to keep a safe distance and greet each other from afar.

It seems that at the time, there was an outdated form of communication, that they called ‘social’. A virtual place where they could pool and exchange ideas, photos, talents, projects. Great Grandma says that these ‘socials’ were a great help. Everyone made their abilities and talents available to others. Some offered yoga lessons, some met in a virtual room to dance together, some read stories to children who were at home (schools were closed too), some taught others to make homemade bread – at that time people bought everything ready made because it seemed that there wasn’t time for this type of thing (I haven’t yet understood what they had to do that was so important that they were unable to cook for themselves the food they ate). Between these ‘socials’, the artists started to give free concerts from their houses, some even gave lessons in guitar or other instruments. It had become a race in solidarity. Great Grandma starts to well up when she describes the kinship, equality and beauty of those exchanges. 

But the thing that moves Great Grandmother and her centenarian friends the most is that that sudden stop compelled everyone to look inside themselves, and return to harmony with their own essence, with Mother Earth, with the cycles of life, with the Universe, with a broader and more spiritual vision of existence. That harmony, that simplicity, that slowness that they, and many others like them, had desired, prayed for and been trying to experience for a long time, was finally becoming reality.

Human beings were returning little by little to listen to their heart beat, to breathe from their hearts, to lower the volume of their small mind that could so easily allow itself be embraced by the heart and together, heart and mind, reawakened the infinite makings of human beings. Like a personal and universal magic wand, heart and mind of each and everyone together started a profound transformation of life on Planet Earth. Everyone understood and experienced being a unique and precious part of the Whole, recovered a sense of sacred in Life, recognised the Beauty and Abundance of Mother Nature and of each living Being. Gratitude, care, love, harmony, joy, compassion, kindness and patience filled each thought, each action, each new project, each particle of air, water, earth and fire.

It was then that they started to make the first attempts of what at that time was called telepathy.

Oh yes. It will seem strange to you but in 2020 almost no-one knew telepathy. Human beings spoke out loud or wrote on the famous socials. They didn’t always say what they had in their heart. They talked amongst humans, but they didn’t know how to communicate with animals (apart from maybe their own pet) and least of all with plants. They believed they were superior, the owners of the world, but they didn’t even know how to be in contact with each other and even less with other beings on the planet. I really don’t know how they managed!

Great Grandma and her centenarians say that it was hard. The change was unexpected and radical. They say that everyone, each independently and all together, made sacrifices, that is made each gesture sacred, unearthed and activated even the smallest ounce of their interior resources, found Faith and Trust in themselves again, in their Light, in the Universe. A more heartfelt and deeper sense of Union spread over the whole Earth. And since then, life has continued in its new authentic, sacred and eternal flow. 

How I love this story.  At the end of the tale, I hugged Great Grandma, her friend and the other centenarians of the village really tight. I thanked them from the bottom of my heart for their courage and their strength, for succeeding in guiding Humanity out of the deepest and darkest ford of its history.

At the end, Great Grandma danced. She said that there had been an great dancer in her time (I think she was called Pina Bausch) who said ‘Dance, dance, otherwise we are lost’ and that this is valid in all times, difficult times and lighter ones.

We’re still dancing. Do you want to join us?

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NOTE. You can read the rest of the tale  here:

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – end of quarantine

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Let’s keep each other company

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Being with what is for as long as it takes

THE CORONA VIRUS NARRATED BY OUR GREAT GRANDCHILDREN – Heart and Brain together

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IL CAPITANO E IL MOZZO di Alessandro Frezza

IL CAPITANO E IL MOZZO | Alessandro Frezza
Se vuoi ascoltare questa storia clicca qui altrimenti continua a leggere

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto… Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute.
Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’ attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela piu”

Alessandro Frezza

 

Foto di Paul Einerhand su Unsplash

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Nonnabis e Mudita, la meraviglia!

Ringraziare desidero direbbe Mariangela Gualtieri. E veramente ringraziare desidero tutte le persone che hanno letto, ascoltato, amato, diffuso, sostenuto, onorato, utilizzato nella didattica, musicato e persino tradotto la storia di Mudita e nonnabis.

Ho scritto cinque racconti, uno al giorno, per cinque giorni di seguito. L’ultimo giorno è iniziata l’onda. Dapprima piccola – una telefonata, un paio di whatsapp – e poi d’improvviso una marea. Una marea di messaggi su tutti i mezzi possibili: facebook, email, whatsapp, messanger, telefonate.  Messaggi di gratitudine e di complimenti per la maggior parte e poi proposte, richieste, progetti, condivisioni.

Il mio cuore canta di gioia, pulsa di gratitudine, batte di coraggio e forza, si espande di meraviglia.

GRAZIE

GRAZIE

GRAZIE

Quello che più di tutto fa cantare il mio cuore di gioia è la speranza, il coraggio, la consapevolezza di potercela fare, la chiamata alle proprie risorse personali che nonnabis e Mudita hanno ispirato nelle persone. E’ quello il ruolo delle fiabe, da sempre.

E’ per questo credo che la fiaba, il primo episodio in particolare, viaggia ormai autonomamente. E’ come un figlio che, diventato grande, va per la sua strada e crea le sue relazioni con le persone che via via incontra. E’ una vera meraviglia che continua a sorprendermi ogni giorno. La vita è veramente straordinaria ancor di più in questi giorni inimmaginabili fino a poche settimane fa. Sono grata di poter contribuire con questa fiaba a vivere, attraversare e andare oltre questi giorni. Sono certa che fra qualche tempo ci ritroveremo più forti, più saggi e più liberi di prima.

I dialoghi fra nonnabis e Mudita continuano. C’è tanto ancora da raccontare. Adesso si stanno godendo il tramonto. Torneranno presto.

Vorrei ringraziare in particolare alcune persone.
Il primo GRAZIE è Silvia Dionisi per cominciare, amica di danze e di arte in natura, che dopo aver letto la prima fiaba mi ha incitata a continuare. Non ci sarebbero stati gli altri racconti senza di lei. Grazie!
Poi Elena Trezza che non conosco personalmente e che per prima ha dato voce alla storia accompagnandola in una rapida diffusione, peccato abbia omesso l’incipit della fiaba. Grazie!
Elisa Salmistraro la prima telefonata, i primi progetti per il dopo e la porta di accesso alla spiritualità delle fiabe con Claudio Tomaello. Grazie!
Un GRAZIE enorme a Samantha di Guardo, amica, sorella e preziosa voce narrante di tutti e cinque i racconti;  conosco bene la storia, eppure mi commuovo ogni volta che l’ascolto narrata da lei. Grazie!
Grazie a Marco e all’Accademia Infinita che hanno sostenuto, rispettato e accolto la fiaba fin dall’inizio e per intero. Grazie!
Grazie a Federica Angelini che ha usato la fiaba con i suoi ragazzi di seconda media e ha condiviso con me uno dei loro meravigliosi commenti. Con lei ringrazio tutti gli insegnanti, di ogni genere e grado, che stanno svolgendo un immane lavoro per offrire cultura alle nuove generazione anche in questa situazione straordinaria. Grazie dal più profondo del cuore!
Ringrazio Federica anche perchè, attraverso lei, Nonnabis e Mudita sono arrivate ad Oxford dove parlano inglese ormai grazie alla pregevole traduzione di Sue Moore. Grazie a Stefania Marini origine di questa filiera particolarmente fruttuosa. Grazie, grazie, grazie!
Ringrazio Siegfried Ursch, musicista e compositore del nord Italia che ha creato il sottofondo musicale per la fiaba. Grazie.
Grazie a Dario Luschi, cantante d’opera toscano che vive a Nizza da vent’anni, per averne fatto una sua personale versione audio in italiano e in francese, grazie alla traduzione della sua compagna. Grazie. Grazie a entrambi.
Grazie a Camillo Marcello Ciorciaro per avermi permesso di usare il nome della sua magnifica iniziativa Affacciamoci compagnia in uno dei miei racconti, e grazie anche per le preziose consulenze tecniche  dei video. Grazie.
Last but not least, direbbero gli inglesi, vorrei ringraziare Elvira Seminara. Ho frequentato uno solo dei suoi meravigliosi corsi di scrittura a l’Altracittà. Ho ricevuto da lei le basi della narrazione e, sempre, incitamento a scrivere. Grazie di cuore.

Grazie di cuore ai tanti che non ho citato e che ci sono!

Qui i link ai cinque racconti, se vuoi leggerli, rileggerli, ascoltarli, riascoltarli
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI scritto e audio
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – fine della quarantena scritto e audio
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Affacciamoci compagnia scritto e audio
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Stare con quel che con quel che c’è per il tempo che ci vuole scritto e audio
IL CORONA VIRUS RACCONTATO DAI NOSTRI BISNIPOTI – Cuore e Cervello insieme scritto e audio

Finisco con queste belle parole che Marco Sammarco mi ha inviato qualche giorno fa e che mi ha permesso di condividere.

Confidenze e potere di un virus, tra pandemia e resilienza alle 9 di sera.
Tra i miei simili ero considerato stupido, debole, troppo sensibile e buono. Ero innocuo. Mi pare che vivessi nei serpenti. Dico ‘mi pare’ perché ho subito un trauma. Ricordo solo che guardavo il Mondo dal basso. Poi più nulla. Finché mi sono risvegliato. Il mio nuovo ospite ora è una creatura diversa. È alto, cammina su due zampe e si chiama ‘uomo’. È in grado di fare cose eccezionali e capii subito che è la creatura più potente del pianeta, nel bene come purtroppo anche nel male. In poco tempo ho imparato a viaggiare, a pilotare aerei, e ho visitato quasi tutto il Mondo abitato da una miriade di uomini e volavo da uno all’altro per replicarmi al mio meglio. Ma dopo pochi giorni alcuni di quelli in cui vivevo iniziarono ad ammalarsi, a volte fino a morire in modo terribile, soffocati. Hanno dato a me la colpa dicendo che ero diventato forte e letale. Mi hanno dato anche un nome, Covid 19. Ebbero paura di me come della guerra. Per me venne proclamato il coprifuoco e tanti abbassarono le saracinesche delle botteghe, tanti si chiusero in casa. Fino allora avevo vissuto una vita meravigliosa conoscendo cose del Mondo che mai avrei immaginato, e poco dopo ero chiuso tra mura domestiche dentro gente impaurita o, ancor peggio, dentro persone agonizzanti negli ospedali. Ma ciò che mi aveva reso così forte non mi aveva cambiato del tutto. La Natura sensibile e buona che mi era appartenuta scalpitava in me. Allora decisi di ispirarmi all’uomo. Se ero diventato forte e letale nel male, tanto da uccidere la creatura più potente del pianeta, allora potevo usare la mia forza anche nel bene per stroncare i suoi aspetti peggiori e dargli una vita migliore. Scoprii che se ero resiliente, se affrontavo quel brutto momento per uscirne io stesso migliore, non mi replicavo, restavo invisibile dentro di loro e potevo produrre singolari effetti. Quando pensavano di essersi isolati solo per salvaguardare sé stessi, gli feci comprendere e apprezzare che lo facevano per proteggere e prendersi amorevole cura anche degli altri. Se ricordavano gli abbracci e le strette di mano come gesti formali, gli feci percepire la fastidiosa e dolente assenza delle endorfine che abbracci e strette di mano producono per generare benessere e piacere in chi li dà e in chi li riceve. Quando ripercorrevano con la mente i loro cammini quotidiani, guardando avanti o in terra per sfuggire lo sguardo della gente che incrociavano, senza salutare nemmeno i vicini di casa, ridestai in loro la consapevolezza d’essere creature sociali che hanno vitale bisogno di guardarsi, sorridersi, farsi un cenno che non costa nulla ma allarga i cuori e li fa sentire parte di una famiglia e di un affetto più grandi. A quanti rimpiangevano le spese di corsa da una bottega all’altra, li ho aiutati a riorganizzare i dati della loro memoria per impastare in casa pane, pasta e pizze, tutti insieme come in un gioco, a cucinare e vivere con calma, come fosse festa in famiglia ogni giorno, tra profumi antichi, semplici, buoni. Se gli mancava la frenesia quotidiana e lo shopping o credevano di avere poco, li indussi a rilassarsi, a riappropriarsi del tempo, ad aprire armadi, cassetti, scarpiere, sportelli e ripostigli per fare inventari delle innumerevoli cose che possedevano e per decidere quali usare e di quali disfarsi in modo produttivo e nobile, non buttandole ma facendone poi dono a chi ne avesse bisogno. Se erano stati tediati dalle raccomandazioni a non fare sprechi e dalla raccolta differenziata, gli feci amare l’impiego del tempo per rendere più ordinato e pulito il Mondo, per usarne con oculata e amorevole cura le risorse, e donai loro la consapevolezza che la Terra non gli apparteneva ma ne erano ospiti con il dovere di prendersene cura per lasciarla pulita e migliore ai propri figli e nipoti. Quelli abituati a usare la macchina anche per andare a due isolati di distanza li indussi ad anelare di prendere la bicicletta e camminare, e a rispettare, una volta tornati al volante, i ciclisti e le strisce pedonali. Riunendo a tempo pieno le famiglie, ho fatto comprendere a mamme e papà convinti di dover lavorare sempre più per esaudire tutti i desideri della loro prole, che l’amore in assoluto più indispensabile e caro ai figli è quello diretto, caldo, tra le braccia, i giochi e i dialoghi affettuosi dei genitori. Ai bulli, siano essi colleghi, capi, insegnanti o studenti, tediati dall’inedia o dai compiti online, feci rimpiangere ogni altro collega, capo, insegnante e studente, e li feci pentire d’essere annoiati o superficiali o crudeli, e ognuno desiderò tornare presto al suo posto, alla sua scuola o università per riscattarsi e fare il proprio lavoro non più perché andava fatto, ma per stare meglio e in armonia con gli altri e per rendere migliore questo Mondo e sé stessi. E se erano ostinati o impauriti tanto da non voler uscire anche sul balcone o in terrazza, li spinsi ad accendere una candela, una torcia, il led del cellulare o un accendino e ad affacciarsi alle 9 di sera per vedere come una luce è poca cosa nel buio, ma tutte insieme possono abbattere l’isolamento, possono illuminare e scaldare il cuore di ognuno come e più del Sole. 
Con affetto. 
Un virus resiliente.

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